Aprile 12, 2012

Pulitona

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Aprile 5, 2012

La moneta falsa

Mentre ci allontanavamo dalla tabaccheria, il mio amico fece una diligente selezione dei suoi spiccioli; nella tasca sinistra del panciotto introdusse alcune monetine d’oro; nella destra, qualche monetina d’argento; nella tasca sinistra dei calzoni, una abbondante manciata di soldoni, e nella destra, infine, una moneta d’argento da due franchi che aveva particolarmente esaminata.

«Singolare e minuziosa divisione!», osservai fra me.

Incontrammo un mendicante, che tese verso di noi il berretto, tremando. – Nulla conosco di più inquietante della muta eloquenza di quegli occhi supplichevoli, che contengono a un tempo, per l’uomo sensibile che sa leggervi, tanta umiltà e tanti rimproveri. Egli vi trova qualcosa che s’avvicina a quella profondità di complicato sentimento ch’è negli occhi lagrimanti dei cani frustati.

L’elemosina del mio amico fu assai più considerevole della mia, ed io gli dissi: «Avete ragione; dopo il piacere di rimaner sorpresi, non ve n’è alcuno maggiore di quello di produrre una sorpresa». – «Era la moneta falsa», egli mi rispose tranquillamente, come per giustificarsi della sua prodigalità.

Ma nel mio miserabile cervello, sempre intento a cercare l’assurdo (di quale estenuante facoltà mi ha fatto dono la natura!) entrò subitamente l’idea che un tal modo d’agire da parte del mio amico non fosse scusabile se non col desiderio di creare un avvenimento nella vita di quel povero diavolo, e fors’anche di sapere quali conseguenze diverse, funeste o no, possa produrre una moneta falsa in mano a un mendicante. Non poteva essa moltiplicarsi in monete buone? Non poteva anche condurlo in prigione? Un oste, un fornaio, per esempio, lo avrebbe forse fatto arrestare come falsario o come spacciatore di valuta falsa. O forse quella moneta sarebbe stata, per un povero piccolo speculatore, il germe di una ricchezza di pochi giorni. E così la mia fantasia galoppava, prestando le ali alla mente del mio amico e traendo tutte le deduzioni possibili da tutte le ipotesi possibili.

Ma l’amico troncò bruscamente la mia fantasticheria, riprendendo la mie stesse parole: «Sì, avete ragione; non c’è piacere più dolce di quello di cagionare sorpresa a un uomo donandogli più di quanto non speri».

Lo guardai nel bianco degli occhi e fui spaventato al vedere che quegli occhi brillavano di un incontestabile candore. Vidi allora chiaramente che aveva voluto fare, ad un tempo, la carità e un buon affare; guadagnarsi quaranta soldi e il cuore di Dio; portar via il paradiso a buon mercato; e infine pigliarsi senza spesa una patente d’uomo caritatevole. Gli avrei quasi perdonato il desiderio del delittuoso piacere di cui poco prima lo avevo supposto capace; mi sarebbe sembrato strano e singolare che si divertisse a compromettere i poveri; ma non gli perdonerò mai la meschinità del suo calcolo. Non si è mai scusabili d’esser malvagi, ma c’è un po’ di merito nel sapere che si è tali; e il più irreparabile dei vizi è quello di commettere il male per stupidità.

Da Lo spleen di Parigi

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Aprile 4, 2012

#Addavenì #Baffon

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Marzo 28, 2012

Un fiore che dorme e sogna (2)

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Marzo 25, 2012

Odori

La prima cosa che mi colpì di Bombay, il giorno del mio arrivo, fu l’odore diverso dell’aria. Lo sentii ancor prima di vedere o udire qualsiasi altra cosa dell’India, fin da quando percorsi il corridoio ombelicale che collegava l’aereo all’aeroporto. Nel mio primo minuto a Bombay quell’odore mi emozionò e mi riempì di gioia - ero appena scappato di prigione, ed era come rinascere al mondo - ma al momento non lo identificai, non ne ero in grado. Ora so che è il dolce aroma impregnato di sudore della speranza, che è l’opposto dell’odio; so che è l’aroma acre e soffocante dell’avidità, che è l’opposto dell’amore. E l’aroma di dei, demoni, imperi e civiltà che risorgono e decadono. E l’azzurro aroma di pelle del mare, onnipresente nell’Island City, ed è l’aroma di sangue e metallo delle macchine. Fiuti il trambusto, il sonno e i rifiuti di sessanta milioni di animali, in gran parte topi ed esseri umani. Fiuti lo struggimento, la lotta per la vita, i fallimenti cruciali e gli amori che creano il nostro coraggio. Fiuti diecimila ristoranti, cinquemila templi, chiese e moschee, fiuti un centinaio di bazar dove si vendono profumi, spezie, incenso, fiori appena colti. Karla un giorno lo chiamò il peggiore buon profumo al mondo. Aveva ragione, naturalmente. Karla aveva un modo tutto suo di avere ragione sulle cose. Oggi quando torno a Bombay è quella prima sensazione della città - l’odore, innanzitutto - a darmi il benvenuto, a dirmi che sono tornato a casa.

Shantaram - Gregory David Roberts

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Marzo 22, 2012

عبدالحليم علي شبانة

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Marzo 22, 2012

Lieve

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Marzo 21, 2012

Wargames

Joshua: Greetings, Professor Falken.

Stephen Falken: Hello, Joshua.

Joshua: A strange game. The only winning move is not to play. How about a nice game of chess?

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Marzo 18, 2012
Miao Tse Tung

Miao Tse Tung

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Marzo 17, 2012

Cairodiario

Un vecchio articolo sul mio primo viaggio al Cairo, postato su un altro blog, che mi sento di ripubblicare:

Questi giorni di assenza dalla rete, passati al Cairo, mi hanno sempre un pochino tormentato. Più volte mi chiedevo, infatti, se e cosa avrei scritto di questo viaggio su DitoNelGorilla.

Non che ci abbia perso il sonno ecco, ma chi mi conosce sa che non sono un esperto viaggiatore, anzi che ho proprio viaggiato pochissimo. Non per particolari avversità, semplicemente che fino ad ora ho sempre “avuto da fare”. E così inutile che stia a parlare delle sensazioni del viaggiatore, che magari tratterò in separata sede e in altro momento, e che molti di voi hanno vissute meglio e più di me probabilmente. Vorrei invece focalizzarmi su un aspetto particolare. Sia perchè era il mio primo viaggio in terra/cultura davvero lontana dalla mia, sia perchè la mia metà conosce bene questa terra, devo dire che questo viaggio l’ho davvero preparato. Ho cercato di studiare usi e costumi, gesti, il modo per entrare con garbo e dalla porta di servizio in questo mondo che mi si affacciava. Credo di esserci riuscito, almeno in parte.

In ogni posto probabilmente c’è una serie di codici, una serie di se che devi considerare per non stonare, ma forse ancora di più ve ne sono al Cairo dove se sei un turista trovi da chi vuole venderti papiri e profumi a chi chiede solo bakshish (elemonisa, ma che vuol dire anche mancia) o che si inventa il modo più furbo per convertire l’elemosina in mancia, ad esempio cercare qualcosa per te strappandoti letteralmente il biglietto da visita o la cartina che hai dalla mano.

Dicevo, c’è una serie di se, per il Cairo valgono senz’altro questi: se pensi di essere in città e quindi ti metti le scarpe invece di ciabatte o sandali, se ti vesti con pudore anche se non propriamente come farebbe un egiziano, ma camicia e pantaloni sono sufficienti per esempio, se non tieni guide, cartine o macchine fotografiche in mano o in vista e se ti guardi intorno con discrezione per non far capire che sei perso o non trovi quello che cerchi, insomma se ti comporti come faresti a casa tua, tutto sommato il 90% dei disturbatori sparisce davvero, e vivi in un’altra dimensione.

La dimensione di chi davvero ti offre il suo bar di cui va fiero come se fosse casa sua, pure se è tutto scassato che tu dici solo “gesucristo”, senza neanche concederti lo spazio di mezzo.

In questi giorni ho cercato davvero di capire il Cairo, l’Egitto, il Medio-Oriente, gli Arabi e insomma la diversità delle migliaia di persone che ci troviamo in Italia, che costituiscono quel popolo invisibile, che da loro è più che visibile. Ma è come se da loro gli invisibili non ci fossero, sono tutti visibili, noi compresi.

Forse è per questo che hanno ripiegato sul burqa o niqab per molte donne, per crearsi artificialmente degli invisibili.

E’ davvero difficile riuscire a maturare e scrivere quello che mi si è appiccicato all’anima in questi giorni, in così poco tempo, però mentre ero li, per mantenere freschi i ricordi, ho cercato di condensare impressioni “grandi”, primarie, in due parole che ho scelto e che ben me le ricordavano.

Il Cairo è interstiziale e danzante.

Interstiziale

Interstiziale è un ulteriore spazio disponibile tra due parti. Interstiziale è una discontinuità in un cristallo in fisica. Interstiziale è un termine che viene più volte utilizzato da William Gibson, non ricordo se in Aidoru o in American Acropolis. Il Cairo è tutte queste cose. E’ sempre interstiziale.

Lo è quando vedi la città dei morti, dove la gente ha costruito sopra e tra le tombe dei morti.

Lo è l’agglomerato urbano di centinaia e migliaia di palazzi a metà, altissimi, non finiti, ma pronti ad ampliarsi con ulteriore spazio negli interstizi residui.

Lo è Kahn El-Kahlili, il quartiere del mercato, il bazar insomma. Da quest’ultimo punto, se abbandoni Sharia Al-Muski e le altre vie  per turisti, entri in labirinti e dimensioni asfittiche e stordenti, ma cairote. Bisogna solo avere per un attimo il coraggio di farlo e il colpo d’occhio per capire che quello spazio è una via, simile a una calle veneziana. Interstiziale. E li i venditori non ti fermano, non ti seccano con il loro “look look”, sono seduti in disparte, a badare ai fatti loro, aspettando clienti. Forse si domandano che cavolo ci faccia tu li.

Tornando a Gibson, se non è questo lo Sprawl signori, non so cosa sia. Il pacchiano e il tecnologico, poi, si confondono. Ballando una danza roteante, tipo derviscio, a un certo punto il ballerino ha acceso un milione di led sulla sua tunica. Io non ci ho visto il pacchiano. Ci ho visto il 2.0.2.0. E non avevo la febbre del sabato sera.

Danzante

A parte balli folkloristici e danza del ventre, il Cairo stesso si muove danzando

Danzano le automobili che hanno sostituito tutto il codice della strada con il clacson, come se fosse un morse. Vuoi sorpassare a destra? Clacson. Vuoi sorpassare a sinistra? Clacson. Uno ti stringe? Clacson. Giri? Clacson. Un carosello continuo. A Roma e Napoli non saprebbero fare di meglio

Danzano i pedoni che attraversano la strada. Normalmente i turisti vengon aiutati dalla polizia, ma ci vuole poco a imparare. La pratica l’ho fatta iniziando con un paio di scudi umani. Un uomo in carrozzella e uno zoppo. Dopodichè sono andato da solo. Il tuo compito è evitare le macchine troppo vicine per frenare, il loro è evitarti. I clacson danno il tempo. Via, Alè. Casquet!

Danzano infine gli sguardi dei venditori, danzano i tuoi occhi per non incrociarli come nell’ora dell’interrogazione, danzano le loro proposte e i tuoi dinieghi, gesti di un continuo approccio, contrattando ancora prima di iniziare a contrattare.

Concludo dicendo che all’inizio avevo scelto tre termini, avevo scelto anche contraddittorio, perchè le contraddizioni al Cairo, come in qualunque paese con una forte componente religiosa, sia esso islamico, cattolico o ebraico, sono veramente tante.

Ma poi ho pensato, ehi, vengo dall’Italia. C’è poco da fare i furbi.

In soldoni, al Cairo difficilmente vivrei, l’inquinamento rende la vita impossibile. E quando parlo di inquinamento parlo di una roba che Milano è un bosco di conifere in confronto. E ci sono cose che non riuscirei a sopportare, se non per una necessità davvero stringente che al momento non ho. Tipo il bidet dentro il water.

Non vedo però l’ora di tornarci e perdermici di nuovo. Di tutto quello che mi rimane, comunque, è che davvero da quello che ho letto e visto, il Cairo ha fatto passi da gigante negli ultimi 20 anni come noi non immaginiamo neanche. Epperò vibra sempre li, tra slanci profondi e lunghe stasi che controbilanciano il movimento, creando quasi immobilità.

Come in Italia se ci pensate bene.

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